Palermo ricorda Falcone, oltre 20mila giovani per la commemorazione. Presenti Napolitano e Monti

img.jpg

“Non c’è alcuna ragione di Stato che possa giustificare ritardi nell’accertamento dei fatti e delle responsabilità. L’unica ragion di Stato è la verità”. Mario Monti è a Palermo per l’anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro (FOTO). “Oggi dobbiamo dire con forza che non bisogna illudersi – ha aggiunto Monti – Cosa nostra non si sconfigge solo a Palermo, la…

‘ndrangheta solo a Reggio Calabria e la camorra solo a Napoli. Tutto il nostro Paese deve impegnarsi nella lotta alle mafie, senza illudersi di esserne immuni”. Nel capoluogo siciliano anche Giorgio Napolitano che nel suo intervento non esclude un “ritorno allo stragismo” e ha invitato, quasi commuovendosi, a entrare in politica: “Scendete al più presto in campo – ha detto – per rinnovare la società e la politica” (IL VIDEO).

Monti: “Organi di stato siano lontani da sospetti di contiguità” – Il presidente del Consiglio ha poi sottolineato che “sulle stragi di Falcone e Borsellino in questi anni sono emersi particolari che hanno fatto rivedere sentenze e pezzi mancanti che devono essere cercati fino in fondo”, aggiungendo che “deve esserci un impegno sempre più forte nella selezione dei rappresentanti da eleggere ai vari livelli di governo. Gli apparati dello Stato devono essere sempre lontani dal sospetto di legami di prossimità con le organizzazioni mafiose” (GUARDA IL VIDEO).

Napolitano: “La mafia e le altre espressioni della criminalità organizzata restano un problema grave per la democrazia da perseguire con la più grande determinazione e tenacia”. Sono le parole di Giorgio Napolitano che nel suo discorso alla commemorazione di Giovanni Falcone ha detto anche che “non si può escludere un ritorno allo stragismo”. Il Capo dello Stato ha poi evidenziato i “gravi errori” sui processi per via D’Amelio e ha invitato la politica ad avviare riforme, in particolare una nuova legge elettorale, per il bene del Paese. (GUARDA IL VIDEO).

Le navi della legalità – A Palermo, per il ventennale della strage, sono arrivate le due navi della legalità con a bordo oltre 2mila studenti da tutta Italia. A bordo anche nche il il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo e il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, così come i due sottosegretari all’Istruzione, Marco Rossi Doria ed Elena Ugolini e il presidente di Libera don Luigi Ciotti. E c’è anche una delegazione dell’Istituto “Morvillo Falcone” di Brindisi, dove sabato scorso è morta in un attentato la sedicenne Melissa Bassi.

Il ricordo di Melissa Bassi – Una coincidenza, questa del nome dell’Istituto, che a tanti è parsa inquietante a pochi giorni dall’anniversario della Strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. Una terribile carneficina seguita, dopo poche settimane, da un altro eclatante attentato che costò la vita a un altro magistrato, Paolo Borsellino, e ai suoi ‘angeli custodi’. “Gli assassini di Melissa la pagheranno”, ha detto Napolitano (IL VIDEO). “C’è  – ha spiegato martedì il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, durante la breve cerimonia di saluto che ha preceduto la partenza della nave – un filo tragico di collegamento tra Melissa e Falcone – Borsellino. Ma c’è pure la voglia di andare avanti ricordando insieme questi due eroi e questa giovane vita tolta agli affetti dei suoi cari”. “In loro nome riusciremo a vincere insieme la paura che ci volevano mettere” ha aggiunto Grasso che con sé stavolta ha portato pure il nipotino. “Lottiamo per il diritto di sognare. Ciao Melissa” recita uno striscione e un altro, adagiato sotto il palco allestito per l’occasione, assicura: “Melissa è con noi”.

Verità ancora da accertare – Oggi, a vent’anni dalle stragi, restano però nell’ombra una parte delle responsabilità operative soprattutto sul ruolo di apparati investigativi e pezzi dello Stato che avrebbero tenuto aperto un canale di “dialogo” con i boss offrendo una copertura in vista di una tregua. Questo è il campo inesplorato nel quale si stanno inoltrando le nuove indagini sulla morte di Giovanni Falcone che incrociano quelle sulla “trattativa”. La Procura di Caltanissetta ha riaperto l’inchiesta sulla strage per ricostruirne sia il contesto sia i legami con la catena di attentati cominciata con le bombe dell’Addaura del 20 giugno 1989 e proseguita con l’uccisione di Salvo Lima, Capaci, via D’Amelio, l’uccisione di Ignazio Salvo (15 settembre 1992), l’attentato a Maurizio Costanzo, le bombe di Firenze e di Milano. Ma c’erano, scrivono i giudici della Cassazione, “analoghi progetti riguardanti vari uomini politici e magistrati”.

La storia processuale – Il livello operativo della strage di Capaci è stato sufficientemente chiarito sin dal primo processo concluso il 26 settembre 1997 con 24 ergastoli e pene inferiori per i collaboratori Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Gioacchino La Barbera, Calogero Ganci e Mario Santo Di Matteo. In appello si aggiunsero altre cinque ergastoli ma dopo due annullamenti seguiti da altri due giudizi di appello la Cassazione chiuse i filoni processuali per la strage di Capaci il 16 settembre 2008. Resta accertata la responsabilità di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Francesco e Giuseppe Madonia, Pippo Calò, Pietro Aglieri e degli altri componenti della “cupola”. Da un anno Gaspare Spatuzza sta offrendo ulteriori elementi sulla preparazione e sull’organizzazione dell’attentato. Ma soprattutto sull’esplosivo che, su incarico di Alfonso “Fifetto” Cannella, avrebbe recuperato a Porticello, vicino a Palermo, da fusti legati alle paratie di un peschereccio. L’utilizzo dell’esplosivo venne deciso come variante spettacolare di un piano che all’inizio prevedeva l’uccisione di Falcone a Roma. Ne ha parlato l’ultimo pentito Fabio Tranchina che sa molte cose anche sull’attentato di via D’Amelio. Il “gruppo di fuoco” che doveva eliminare Falcone era partito dalla Sicilia su un corteo di auto guidato dal boss Matteo Messina Denaro, non ancora latitante. “Ma all’improvviso – ha raccontato Tranchina – giunse l’ordine di tornare indietro. Bisognava uccidere Falcone a Palermo in modo eclatante”. In quel momento agli strateghi di Cosa nostra l’inferno sull’autostrada appariva come il passaggio cruciale del grande ricatto allo Stato. Serviva ad alzare il prezzo della “trattativa” che, secondo quanto ipotizzano i magistrati di Palermo e di Caltanissetta, era già stata avviata. Ma chi teneva i fili di quel “dialogo” non aveva fatto i conti con Paolo Borsellino: aveva avuto una precisa percezione di quanto si stava tramando e per questo appariva turbato con i colleghi ma anche con la moglie. Era ormai diventato un ostacolo scomodo e pericoloso per tutti. Per questo la sua eliminazione, che pure rientrava nella strategia “bellica” piu’ generale, venne accelerata.